LA BONTA’, SENZA AZIONI, NON SERVE PROPRIO A NIENTE


LA BONTA’, SENZA AZIONI, NON SERVE PROPRIO A NIENTE

La bontà è l’unico vero simbolo della superiorità dell’essere umano; eppure, se non è accompagnata dalle azioni, non serve a nulla. Tutti conosciamo le tipiche persone che parlano molto e fanno ben poco, che si riempiono di parole nobili e di azioni egoiste. Se vogliamo iniziare a cambiare il mondo, però, è necessario tradurre in azioni la vera nobiltà del nostro cuore.

Questo principio, che a prima vista potrebbe sembrare un’ovvietà, racchiude in se stesso un fatto evidente: sono molti a praticare un tipo di immobilismo per cui basta ritenersi “brave persone” per sentirsi soddisfatti di se stessi. In realtà, però, queste persone sono incapaci di vedere i bisogni di chi è accanto a loro, delle situazioni concrete che richiedono quel tipo di empatia elementare che non vediamo intorno a noi tanto quanto vorremmo.

Una volta qualcuno ha detto che per eliminare ogni forma di cattiveria basterebbe che le persone buone agissero, che facessero qualcosa. La bontà non è un’entità astratta, non è un succo concentrato da bere per rendere più nobile il nostro cuore e che ci porti a fare una donazione a una ONG, e non è nemmeno un’etichetta da sbandierare davanti agli altri.

La bontà non si sceglie, si sente. E ci impone di agire, di dare delle risposte, di assistere e proteggere, anche quando tutti gli altri intorno a noi non ci capiscono o ci criticano. La bontà, quindi, è una vera e propria impresa eroica.

Oggi vogliamo invitarvi a riflettere su questo argomento.

Le brave persone sono fatte di una sostanza diversa

Siamo consapevoli che questo argomento potrebbe suscitare pareri discordi. Prima di tutto, molti si chiederanno cosa intendiamo per “brave persone”, che cosa le rende diverse dagli altri e perché si suol dire che sono eroi anonimi e silenziosi di cui non parla mai nessuno.

Bene, è necessario chiarire che quando diciamo che ci sono “brave” persone, non significa che tutte le altre siano “cattive”. Non stiamo stabilendo nessuna dicotomia.

La bontà è, prima di tutto, assenza di egocentrismo. Se isoliamo questa variabile nella nostra equazione, otterremo un profilo comportamentale abitato da dimensioni quali l’empatia, la compassione e l’altruismo. Un tratto straordinario di queste personalità è il fatto che sembrano essere fatte di un materiale invisibile. Ma basta scavare oltre il primo strato della loro pelle per scoprire che, in profondità, brillano: sono persone che mettono i bisogni degli altri davanti ai propri.

Si tratta di una caratteristica che non vediamo molto spesso. Non tutti diamo la priorità ai nostri simili al punto da relativizzare le nostre necessità, e non farlo o non sentircela, non ci rende cattive persone. Semplicemente, quel tipo di sacrificio o di volontà così altruista ci è estranea e ci sembra persino contraddittoria. Forse per questo non capiamo perché molti cooperanti mettano a rischio la loro vita per aiutare persone lontane e sconosciute.

Di fatto, a volte, non capiamo nemmeno quell’amica o vicina, quel fratello o collega di lavoro che si fanno in quattro per i colleghi o i vicini di casa, senza aspettarsi nulla in cambio. La bontà, come le altre motivazioni, non sempre viene capita, ed è proprio a causa di questa incomprensione che di raro ottiene il riconoscimento che meriterebbe.

Quando si mette in pratica la bontà, qualcosa cambia nel cervello

Per mettere in pratica la bontà, non c’è bisogno di donare tutti i nostri beni al prossimo. E non è necessario nemmeno viaggiare fino in India o in Tibet, né prendere parte in guerre lontane per aiutare chi è oppresso o ne ha bisogno. La vera bontà si inizia a mettere in pratica nei nostri ambienti quotidiani, in quelle piccole situazioni che si verificano ogni giorno sotto i nostri occhi e che, spesso, non vediamo.

Nessun atto di bontà, per piccolo che sia, sarà mai una perdita di tempo. Anzi, basterà fare un primo passo e agire affinché, poco a poco, nel cervello si verifichino piccoli, ma grandiosi, cambiamenti. Non dovrebbe sorprendervi, infatti, scoprire che gli atti di generosità o altruismo attivano nel nostro cervello gli stessi meccanismi neuronali dell’empatia.

Quando facciamo qualcosa di importante per un’altra persona, nel nostro cervello si libera una scarica di endorfine che, in un certo senso, rafforzano quel comportamento sociale che dà dignità alla nostra specie. La principale priorità dell’essere umano è quella di garantire la sua sopravvivenza e per questo la bontà accompagnata dall’azione, e non solo in quanto aspirazione, garantisce questo principio fondamentale.

D’altra parte, non dovremmo mai trascurare la trasmissione ai nostri figli di questo tipo di approccio alla vita. Jerome Kagan, psicologo dell’Università di Harvard, ha dimostrato nei suoi studi che i bambini sono in grado di creare connessioni positive con le persone che li circondano. Le carezze emotive favoriscono e potenziano la maturazione del cervello infantile in un modo semplicemente meraviglioso.

Così, se seminiamo in loro in valore dell’empatia, del rispetto e dell’altruismo, l’intera società ci guadagnerà. Nell’era della modernità e della tecnologia, è una grande sfida e una responsabilità a cui tutti dobbiamo prendere parte. Perché se la nostra specie è riuscita a evolvere fino a dare forma a ciò che chiamiamo “umanità”, dobbiamo solo fare un ulteriore passo per creare una vera e propria coscienza comune, una realtà basata sul rispetto reciproco, sulla compassione e sul valore dell’altro come parte di noi stessi

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