LUDOPATIA: QUANDO IL GIOCO DIVENTA UNA VERA E PROPRIA MALATTIA


LUDOPATIA: QUANDO IL GIOCO DIVENTA UNA VERA E PROPRIA MALATTIA

Scommettere con le slot machine. Giocare a poker on line, rischiando cifre elevate. Se prima queste abitudini erano considerate dei vizi, oggi rischiano di diventare vere patologie.
Con gravi effetti sulla salute fisica. E finanziaria. Ecco alcune vie d’uscita

Una volta era considerato un vizio, oggi sappiamo che è una vera e propria malattia: parliamo del gioco d’azzardo, che può dare dipendenza come una droga. È uno degli argomenti trattati in: Oltre l’eccesso. Quando internet, shopping, sesso, sport, lavoro, gioco diventano dipendenza (Franco Angeli) un saggio firmato da Paola Cicerone – giornalista scientifica e collaboratrice di Vita & Salute – insieme allo psichiatra Alfio Lucchini, presidente nazionale di FederSerd e tra i massimi esperti di dipendenze patologiche. Ne pubblichiamo un estratto integrato da alcune considerazioni del prof Lucchini.
«Esistono comportamenti che possono modificare la nostra esistenza dal punto di vista fisico, psicologico e sociale anche senza l’assunzione di sostanze psicoattive quali droghe, alcol, tabacco.
Realtà come queste sono sempre più diffuse, e non è difficile cogliere una relazione tra l’aumento di queste patologie e lo sviluppo della società moderna postindustriale.
Il gioco d’azzardo è profondamente radicato nella storia e nella cultura di ogni popolo: troviamo notizie in proposito già a partire dal 4.000 a.C. L’atteggiamento a riguardo, però, è cambiato nel corso del tempo, alternando fasi di permissivismo ad altre di totale proibizionismo. Oggi stiamo assistendo a una fase di estrema legalizzazione: gli interessi economici che il gioco mobilita – tanto per il settore privato, quanto per quello pubblico – hanno incoraggiato gli Stati a incentivarlo, facendone una delle maggiori industrie del nostro pianeta per volume di denaro investito».

Una triste supremazia
«All’Italia, seguita da Taiwan e Australia, spetta il poco invidiabile primato della spesa pro capite per il gioco (1.100 euro nel 2010)», spiega Lucchini. «Il nostro mercato rappresenta il 9 per cento di quello mondiale».
Al primo posto c’è la spesa per le slot machines – 45% del totale, seguita da Superenalotto – 15%, lotterie – 14 %, scommesse sportive – 9%, Texas poker – 4% e altri giochi per il restante 13%.
Con il termine giochi d’azzardo si definiscono tutti quei «divertimenti» il cui risultato finale è determinato dal caso: quelli classici da casinò come roulette, baccarat, chemin de fer, ma anche puntate sulle corse di cavalli e cani, scommesse sportive, lotto, totocalcio, totogol, superenalotto, tutti i tipi di lotteria incluse quelle istantanee (gratta e vinci), tombola, giochi di carte e dadi, oltre a nuovi fenomeni – slot machine, bingo, videopoker e altri on line – che hanno la caratteristica di essere facilmente accessibili e di proporre partite veloci, ripetitive, che possono facilmente far perdere il controllo del tempo e dei soldi impiegati.
Se infatti in passato il gioco era un rituale da svolgere in occasioni o sedi particolari – la tombola di natale o le serate al Casinò – identificato prevalentemente in passatempo lenti e complessi che richiedevano anche una certa abilità, oggi quelli più diffusi sono caratterizzati da un’attività solitaria, veloce, quasi automatica, facilmente accessibile a ogni ora, anche grazie a Internet. «Per la maggior parte di queste persone si tratta ovviamente di un innocuo passatempo», ricorda Lucchini. «Solo per una minoranza il gioco diventa una vera e propria malattia, definita “gioco d’azzardo patologico” (gap), capace di portare alla distruzione della propria vita e di quella dei familiari».

Statistiche amare
Il Dsm-IV, manuale americano che classifica i disturbi mentali, ipotizza un’incidenza media di giocatori d’azzardo patologici fra l’1 e il 3 per cento della popolazione nei paesi a economia avanzata. E in Italia? «Secondo l’indagine Ipsad-Cnr, l’80 per cento dei giocatori non corre alcun rischio, mentre il 14,5 per cento (circa 2 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni) risulta associato a un rischio minimo; il 4,7 per cento (circa 700 mila persone tra i 15 e i 64 anni) è composto da giocatori problematici e lo 0,6 per cento (circa 80 mila persone tra i 15 e i 64 anni) da giocatori patologici», spiega Lucchini. «E studi apparsi nel 2010 sono anche meno ottimisti, ipotizzando fino a 700 mila persone affette da gioco patologico: si calcola che nel 2010, in Italia, quasi 5.000 persone abbiano frequentato Sert (Servizi per le dipendenze patologiche delle Asl), associazioni di auto aiuto o cliniche specializzate per problemi legati alla dipendenza patologica da gioco». Nel 1980 l’Associazione degli psichiatri americani ha riconosciuto il gioco d’azzardo patologico, che si presenta spesso in abbinamento con altri disturbi (alcolismo, abuso di sostanze, deficit di attenzione e disturbo di iperattività, depressione, ciclotimia) come una malattia mentale, classificandolo tra i disturbi del controllo degli impulsi.
Gli individui possono essere considerati giocatori compulsivi se sono cronicamente e progressivamente incapaci di resistere all’impulso di giocare, fino a compromettere le proprie relazioni personali, matrimoniali, familiari e lavorative: i soggetti affetti da gap – in prevalenza uomini con un’età media di 30 anni (40 per chi gioca alle slot-machine) e generalmente sposati – giocano spesso diverse ore al giorno e più volte alla settimana, privilegiando giochi con regole semplici e sequenze molto rapide. Sono fermamente convinti che vincere non dipenda dal caso, ma dall’abilità o da un’intuizione quasi magica e puntano molto, spesso facendo dei debiti, quasi sempre all’insaputa dei familiari. Hanno problemi sul lavoro (assenteismo, scarsa produttività), a casa, e talvolta con la giustizia.

FONTE: VITAESALUTE.NET


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